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It

  • Uscita:
  • Durata: 135min.
  • Regia: Andy Muschietti
  • Cast: Bill Skarsgård, Jaeden Lieberher, Jaeden Lieberher, Jeremy Ray Taylor, Sophia Lillis, Jeremy Ray Taylor, Sophia Lillis, Finn Wolfhard, Chosen Jacobs, Finn Wolfhard, Jack Dylan Grazer, Wyatt Oleff, Chosen Jacobs, Wyatt Oleff, Bill Skarsgård, Jack Dylan Grazer, Nicholas Hamilton, Jackson Robert Scott, Steven Williams, Owen Teague, Stephen Bogaert, Steven Williams, Pip Dwyer, Stuart Hughes, Anthony Ulc, Jackson Robert Scott, Javier Botet, Jake Sim, Ari Cohen, Tatum Lee, David Katzenberg, Geoffrey Pounsett, Logan Thompson, Megan Charpentier
  • Prodotto nel: 2017 da ROY LEE, DAN LIN, SETH GRAHAME-SMITH, DAVID KATZENBERG, BARBARA MUSCHIETTI PER VERTIGO ENTERTAINMENT, LIN PICTURES, KATZSMITH PRODUCTIONS
  • Distribuito da: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
  • Tratto da: romanzo omonimo di Stephen King

Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

Storia di sette giovani emarginati di Derry, nel Maine, che si autodefiniscono il Club dei Perdenti. Ognuno di loro è stato escluso dalla società per un motivo o per l'altro; ognuno di loro è bersaglio di un branco di bulli del posto; e tutti quanti hanno visto materializzarsi le proprie paure inconsce sotto forma di un antico predatore muta forma, che non possono fare altro che chiamare "It". Da quando esiste la loro città, Derry è terreno di caccia di questa entità, che emerge dalle fognature ogni 27 anni per cibarsi del terrore che scatena nelle prede che ha scelto: i bambini. Facendo gruppo durante un'estate orribile ma esaltante, i Perdenti si compattano per riuscire a sconfiggere le proprie paure e fermare la serie di omicidi iniziata durante una giornata di pioggia, quando un bambino, nel tentativo di recuperare la sua barchetta di carta, viene risucchiato all'interno di un tombino, finendo dritto tra le braccia di Pennywise il Clown.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Esattamente 27 anni dopo il primo adattamento del romanzo – il calligrafico It di Tommy Lee Wallace, passato invano in tv  – la Warner prende le misure cinematografiche al capolavoro di King realizzando un remake (il primo di un dittico, con il secondo che verrà dedicato all’età adulta dei personaggi) destinato a ripetere i fasti – almeno a guardare i primi responsi al box office: nel weekend d’esordio quasi 200 milioni di dollari realizzati worldwide (132 milioni solo negli Stati Uniti) – dell’originale letterario. Per gli amanti della numerologia 27 erano, nel libro, anche gli anni che passavano tra un’apparizione del mostro e un’altra. E sempre a proposito di numeri, chissà se i fan dell’ It di carta perdoneranno ai realizzatori dell’ It su schermo lo slittamento del prologo dal 1958 al 1988, trent’anni dopo (come trenta sono gli anni che ci separano dalla pubblicazione del romanzo). Stephen King Tutto questo è avvenuto non perché Cary Fukunaga ( True Detective , Beasts of No Nation ) abbia deciso di scrivere l’adattamento seminandolo di esche simboliche e provocazioni fandom, ma obbedendo semmai al riflesso incondizionato di rifare l’epoca mediaticamente dominante oggi: gli anni ottanta. Ed è questo il vero atto autocosciente dell’operazione, lo sguardo apparentemente nostalgico ma in verità retrospettivo sulla decade più felice d’America. Che è stata, guarda caso, anche l’ultima grande stagione di Hollywood, dopo l’anarchia nouvellevaguista dei Settanta . Non dimentichiamo che i Cruise e gli Schwarzenegger, ovvero l’action con la maiuscola, è allora che vengono fuori. Che a quel tempo Spielberg piazza due straordinari cult come E.T. e Indiana Jones . Che la fantascienza poteva essere infantile ( Ritorno al futuro , I Goonies ) o spaventosamente adulta, confondendosi con l’horror in Terminator , Predator, La cosa . E che l’horror flirtava spensieratamente con l’avventura e il fantastico ( Ghostbusters ). Questi anni dominati da un consumismo insaziabile e felice, reale e immaginario, vissuti goliardicamente inseguendo mode temibili, giacche con le spalline e capigliature improbabili, anni di orgoglioso disimpegno pop, di note di colore e di ritornelli synth mentre il resto del mondo non liberale andava tranquillamente a farsi fottere, costituiscono l’imprinting per tutta una generazione di autori che oggi lavorano ai vertici dell’industria culturale. Così Andres Muschietti , argentino, classe ’73, già apprezzato regista di ghost story ( La madre , 2013) e ora investito dalla Warner della responsabilità di far rinascere It dalle sue ceneri e trasformarlo nell’unica forma che la Cosa di King non era mai diventata, il denaro, lo sterco del diavolo, non ha altro immaginario da offrire se non gli ’80 a questi orfanelli dell’immaginazione che sono gli spettatori/teenager di oggi, cui la tecnologia ha imposto l’ossessione panottica preferendola agli stimoli della fantasia. Quest’Age d’Or eccitante, ma non del tutto dorata, già sospettosa del pacco che dai Novanta in poi gli avrebbero rifilato, diventata d’improvviso la madeleine del cinema contemporaneo, non è, come si potrebbe facilmente pensare, un passato da rimpiangere ma un presente remoto, che si ripete come il giorno della marmotta. Così che a riconoscersi in questa stagione puramente scenica, rievocata più per i suoi fantasmi che per i suoi oggetti d’antiquariato, non sono solo i ragazzini di ieri ma anche i loro i coetanei di oggi, intimi con personaggi che non hanno mai visto un cellulare in vita propria, usano la bicicletta e ascoltano musica da goffi supporti fisici. Non c’è lo shock né forse la seduzione del vintage. C’è invece l’apoteosi di un immaginario incredibilmente resistente, fondamentalmente elastico, definitivamente ludico, fortemente caratterizzato non per la Storia che racconta (bisognerà attendere la caduta del Muro di fine decennio, nel 1989, per trovare un evento degno di finire nei manuali di scuola) ma per le storie che promette, Amazing , stories per tutti. Da questo punto di vista It di Muschietti (dal 19 ottobre nelle nostre sale) certifica quello che Abrams aveva solo trattato come effetto malinconico di recupero e che invece il netflixiano Stranger Things aveva intuito in tutte le sue implicazioni moderne: il ritorno nel grembo edenico degli eighities come tentazione escapista dei millennials senza un millennio a venire. Senza cioè quelle classiche narrazioni avveniristiche, escatologiche, da guarda chi c’è dietro il sipario, che noi figli degli Ottanta abbiamo invece cavalcato. Il ritorno non indica perciò un movimento all’indietro né tantomeno un salto in avanti ma uno scavalcamento di campo per usare il dialetto del cinematografo. Con la mente smaliziata dei nativi digitali, quel qualcosa di irregolare, di mostruoso, covato sotto la carta da parati di case calde e accoglienti viene fuori – da Stranger Things a It – per prendersi l’anima.  E lo fa secondo le forme fissate da un immaginario senza più metafore: dall’incipit con il clown/squalo nella discarica a fare da lupo di Cappuccetto Rosso al finale, dove i rimandi all’aliena madre nel covo sono fortissimi, con quei corpi sospesi dentro un cono di luce (il raggio aspirante di una possibile astronave: e del resto, tra le ipotesi dell’origine di It non c’era anche quella extraterrestre?). E se il romanzo di King era un grande ipertesto dei temi e delle figure kinghiane, il film di Muschietti è la trama finale di tutto il cinema tratto dallo scrittore di Portland, con il sangue e i bulli di Carrie , la luccicanza di Shining , l’estate, i riti di passaggio e l’incontro con la morte nella foresta urbana di Stand by Me . Tutto perfettamente stipato in quel buco nero della nostra innocenza, che è la tana vietata del Bianconiglio. In questa riduzione a mero percorso di formazione del romanzo, al netto di ogni esegesi lovecraftiana ed esoterica, il nightmare è la forma del risveglio per i nostri sinistri sei (capitanti dal balbuziente Bill e dallo sfacciato Richie, già volto – ci ripetiamo – di Stranger Things ) mentre la veglia è il sonno degli adulti (cioè il nostro). Ed è qui la forza dirompente del film, la retroilluminazione affidata alla nuova generazione di un tempo appartenuto alla nostra. In quel faccia a faccia con l’Esso Vive (l’It) incubato nella psiche di un’umanità non completamente sveglia, non del tutto assopita. L’informe ghirigori di bramosie e paure sfuggito alla rete di protezione dell’immaginario per rovesciarsi nella realtà. Che ha superato la fantasia, pure contro il nostro volere.

  • Corriere della Sera

    Nel disegno dei teen (...) c'è la sapienza di quel malessere che somiglia a 'Stand by Me' dello stesso King. E tra le strane cose che accadono «piacevolmente» in 135' ecco i riferimenti a Kubrick, all'aria scanzonata in bici spielberghiana, ai 'Goonies'. I tradimenti al libro sono già perdonati dagli incassi e dall'affiatamento del gruppo; l'alto gradimento si deve agli stereotipi horror usati a man bassa (ragnatele, sangue), mentre nella patologia quotidiana ci sono i mostri non ufficiali come la mamma alla 'Misery'. È tutto furbo, ben miscelato nel prodotto di largo consumo in cui è bene che la paura sia concreta e si tenga a debita distanza dall'inconscio.

  • La Repubblica

    Diversamente dai soliti, 'It' è un horror mainstream, che mira ad allargare la platea del film di paura a un pubblico più vasto alternando i brividi con la commedia adolescenziale (i ragazzini sono ben assortiti e simpatici) e spalmando sul tutto un velo di rétro, sempre di moda gli anni Novanta con le bici, gli impermeabili d'incerata gialla, niente telefonini o dispositivi. Sarà anche la presenza del simpatico Finn Wolfhard, però viene in mente la serie Netflix 'Stranger Things', che ha un'ambientazione molto simile. Un'altra probabile ragione del successo è la scelta di attenersi strettamente ai fatti, sfruttando le risorse narrative di un romanzo che sembra fatto per lo schermo. Il film, infatti, non si sofferma sugli aspetti simbolici della storia, che non sarebbero pochi. Per esempio, il diabolico clown è capace di spaventare le vittime scatenando in ciascuna la sua maggiore paura latente. A parte il caso di Beverly (...), le rispettive fobie sono appena accennate, per concentrarsi sulla dinamica degli avvenimenti. Se è vero, come risulta da una curiosa statistica di qualche tempo fa, che il pagliaccio è la creatura generatrice di maggiore spavento tra grandi e piccoli, Pennywise si presta al compito di babau con tutti gli assi in mano. Certo, la faccetta melliflua che gli presta Bill Skarsgård, prima di sfoderare tre ordini di dentacci, non ha l'impatto del ceffo del geniale Tim Curry nella vecchia miniserie (...); però l'aura di mito orrorifico che lo circonda funziona a orologeria ogni volta che appare sullo schermo. L'appunto che si può muovere al film è piuttosto quello di svelare troppo del mostro rispetto al prossimo episodio (...).

  • La Stampa

    È pura materia King: il potere della memoria, le fobie infantili e il timore di crescere, il mostro celato sotto l'ipocrita perbenismo di un emblematico microcosmo sociale e la possibilità di combatterlo con le armi dell'amicizia e del sacrificio. Trasportando l'ambientazione dagli originari Anni 50 agli Anni 80, semplificando (magari un po' troppo) e facendo buon uso di un convincente cast di giovanissimi, l'argentino Andrés Muschietti si mostra abile a disseminare l'assolata quotidianità di un'estate diversa dalle altre di un susseguirsi di episodi di terrore che sembrano attingere alla sfera del sogno o della fantasia. Certo - pur senza stare lì a fare indebiti paragoni con un Kubrick o un De Palma - qualche sforbiciata avrebbe giovato al ritmo; e come romanzo di formazione 'Stand by Me' (simile a 'It' per temi e personaggi) era più toccante. Tuttavia l'ottimo botteghino Usa ha parlato chiaro: ora non resta che attendere il prossimo capitolo (...).

  • Il Manifesto

    Più che alla versione di Tommy Lee Wallace per il suo 'It' Muschietti sembra aver fatto riferimento a uno dei film da King meno venati di soprannaturale. 'Stand by Me'. È quel tono da romanzo di formazione spielberghiano che anima il suo film, ambientato nel tempo sospeso di un'estate in campagna, tra corse in bicicletta, tuffi nell'acqua verde e freddissima di un lago di montagna e languori adolescenziali. Rispetto alla costruzione del film, fatta di andirivieni temporali, Muschietti adotta una struttura narrativa lineare che prevede un primo film in cui i protagonisti sono bambini e un secondo (già annunciato), in cui sono adulti. (...) I dialoghi buffi tra loro, le avventure, i genitori tremendi, la lotta a sassate contro i bulli della classe sono riuscitissimi e al cuore del film, intrepido e malinconico, come un'estate - o l'infanzia -che sta per finire. (...) Con l'aiuto del digitale e dell'amore per il realismo fantastico proprio della letteratura sudamericana, il regista di 'Mama', e protetto di Guillermo Del Toro, visualizza in modo più esplicito come «il mostro» non sia altro che l'incarnazione delle paure dei bambini. Pennywise con i suoi palloni colorati è solo una delle sue facce. Come King, Del Toro e gli autori dei migliori adattamenti kinghiani (Romero, Carpenter, Cronenberg) anche Muschietti ha un'idea alta, politica, del genere. Gli sfigati, i marginali, i diversi, sono gli eroi. La (loro) unione fa la forza.

  • Il Fatto Quotidiano

    (...) 'It' è un buon film. Ma 'buono' come? Soprattutto, accomodante e rassicurante rispetto al libro di King, che viene pastorizzato nei suoi aspetti più crudi, più autenticamente horror. (...) Più che un horror, côté che seppur presente non è mai realmente determinante né totalizzante, 'It' è un teen-movie, e come tale funziona assai. Perché interpreta lo 'Zeitgeist' retrò di questo incipit di Terzo millennio, a partire dalla traslazione della vicenda dal 1957-58 del libro al 1989, un decennio edenico (e edonistico) per il cinema hollywoodiano, e l'America tutta, quantomeno retrospettivamente. 'Batman', 'Arma letale 2' e 'Nightmare 5', fioccano i cine-ricordi dell'89, e il Club dei Perdenti kinghiano ingloba altri ragazzini, altre suggestioni teen che non conoscono diacronia: 'Stranger Things' e 'E.T.', 'I Goonies' e 'Ritorno al futuro', e chi più ne ha più ne veda. Più che nostalgismo, per non dire passatismo, quello di Muschietti è aggiornamento, meglio, upgrade di 'It' alla contemporaneità, alle Instagram Stories, a un vedere che è sempre più spesso un vedersi, un esercito del selfie. Questi perdenti, questi 'loser' di Derry, Maine introiettano ex post tratti dirimenti 'nerd', 'geek', 'hipster' per eludere la soluzione di continuità temporale e, soprattutto, facilitare il vedersi, e il riconoscersi, dei Millennial, il pubblico d'elezione di 'It'. Per i Millennial gli 'eighties' sono una terra straniera, una fantascienza uguale e contraria, pertanto Muschietti e Co. la apparecchiano debitamente con rimandi e simmetrie al qui e ora. E il mostro, Pennywise? Lo interpreta, con scarso ricorso al CGI, Bill Skarsgård, ed è uno spauracchio anti-climax: lo vediamo subito, famelico, letale. Succede anche nel libro, ma sul grande schermo è diverso: la paura, l'orrore è già tutto lì, anzi, è tutto lì. Serve allo sviluppo narrativo, Pennywise, meno a quello emotivo (...).

  • Il Messaggero

    Muschietti trasforma il romanzo di King (...) in una minisaga da due film dove gli shock visivi sono terrificanti ma mai repellenti, il cast giovane dannatamente simpatico e il mostro Pennywise sbattuto spesso in primo piano per la gioia dei vecchi fan del libro, vera Bibbia del terrore. Che tipo è questo Clown Danzerino? Più giovanile rispetto alla mitica versione della miniserie tv anni 90 di Tim Curry (influenzò molto il look di Krusty II Clown del cartone animato 'I Simpson'), più bulletto di quartiere, femminile (stupendo un momento in cui si sostituisce alla mamma del protagonista), dai dentoni da coniglio e agghindato in un trionfo di merletti, collari elisabettiani. Lo interpreta il ventisettenne svedese Bill Skarsgård e nonostante abbia di fatto solo una scena in cui poter recitare senza contorcersi, è bravissimo. (...) Insomma, questo primo assaggio di 'It' non è niente male.

  • Libero

    Piacerà a chi è fan di Stephen King e dei suoi romanzi. E a chi ricorda la precedente trasposizione (del 1990) tra le più belle esperienze televisive di fine secolo. (...) La ovvia prima domanda è: il prodotto come da oggi lo vediamo in Italia giustifica il maxisuccesso Usa? Sì, decisamente, anche se i fan della storia avrebbero voluto magari dall'argentino Andrés Muschietti una regia più inventiva. Muschietti ha fatto un robusto efficiente fotoromanzo del libero. Probabilmente (ma lo sapremo alle prossime regie) perché il produttore (Guillermo del Toro) gli avrà tenuto le briglie corte. Che nel caso specifico equivalevano alla raccomandazione di fare un film buono per tutte le platee e non solo per quella dei film terrificanti. Va bene così. La tensione non molla mai. E anzi focalizzando l'attenzione sugli eroi adolescenti, il nuovo 'It' riporta in primo piano il tema centrale del romanzo, il superamento dell'adolescenza (Pennywise è la maligna incarnazione delle nostre paure giovanili). Si diventa uomini solo sconfiggendo i nostri Penny.

  • Nazione-Carlino-Giorno

    Da 45 anni Stephen King al cinema è un'altalena (...). Se la pagina è profonda il rischio di inadeguatezza è vivo. Dalla più popolare e autorevole delle sue storie questa prima parte è vittima di un visionario horror standard, con alcune buone invenzioni e un taglio giusto di cast e 'traduzione'.

  • Il Giornale

    Sconvolgente, solo per i patiti del genere, horror (...). Un film che riesce a mettere i brividi per le atmosfere di indubbia tensione. Ma quando il pagliaccio assassino spalanca le fauci, la paura è sommersa dalle risate.

  • Il Mattino

    Inutile esibirsi in acrobazie esegetiche, sappiamo tutti o quasi che Pennywise (Skarsgård) e i suoi funesti palloncini rossi non vanno presi alla lettera, bensì subiti, scacciati o persino masochisticamente amati come metafore del terrore di crescere, della percezione dell'irrazionale, dei malesseri del corpo e della mente in formazione indagati dallo stesso King nel magistrale racconto «The Body» e dal capolavoro «Stand by Me - Ricordo di un'estate» che lo traspose sullo schermo nell'86. Qualifiche che non si possono peraltro attribuire alla nuova miscela furbastra, edulcorata quanto basta per non escludere a priori gli spettatori refrattari, imbottita di stereotipi narrativi che nella fluviale bibliografia dello scrittore ci sono senz'altro, ma in funzione riempitiva o comunque defilata. Pur comprendendo bene, infatti, come la fortunata operazione cerchi il collegamento sbrigativo ma redditizio con i ventenni teledipendenti della serie Netflix «Stranger Things», la patina neutra del blockbuster stesa a piene mani sulle ambientazioni e le situazioni contribuisce a rendere il film piatto, prevedibile, banale e soprattutto pauroso al minimo sindacale. In definitiva c'è da rallegrarsi per il fenomeno salutare dell'horror sdoganato, non fosse altro che in omaggio alla perduta tradizione made in Italy degli Argento, Fulci e Bava (...).

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